Eugenetica a Strasburgo
Eliminare in provetta è un diritto, lo dice una sentenza europea
La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ieri ha condannato l’Italia a pagare quindicimila euro (più duemilacinquecento per le spese legali) a Rosetta Costa e Walter Pavan, portatori sani di fibrosi cistica, per aver violato il loro “diritto al rispetto per la vita privata e della propria famiglia” in materia di procreazione assistita. Nel suo ricorso, la coppia chiedeva di poter accedere alla fecondazione in provetta e di effettuare la diagnosi preimpianto sugli embrioni creati, per evitare il rischio di un figlio malato di fibrosi cistica come quello già avuto.
3 AGO 20

Roma. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo ieri ha condannato l’Italia a pagare quindicimila euro (più duemilacinquecento per le spese legali) a Rosetta Costa e Walter Pavan, portatori sani di fibrosi cistica, per aver violato il loro “diritto al rispetto per la vita privata e della propria famiglia” in materia di procreazione assistita. Nel suo ricorso, la coppia chiedeva di poter accedere alla fecondazione in provetta (secondo la legge 40 del 2004, riservata alle coppie sterili) e di effettuare la diagnosi preimpianto sugli embrioni creati (proibita da quella stessa legge e autorizzata in un solo caso dal tribunale di Salerno nel 2010), per evitare il rischio di un figlio malato di fibrosi cistica come quello già avuto.
Nonostante gli inni alla bocciatura della legge 40 e al trionfo dei diritti sull’oscurantismo, le cose non stanno proprio come ce le raccontano. Prima di tutto, ricordiamo che sentenza non è definitiva: lo diventerà fra tre mesi, in mancanza di un ricorso in appello alla Grande Chambre di Strasburgo, o dopo l’eventuale conferma della stessa Grande Chambre. La quale spesso (come è accaduto di recente in un caso analogo riguardante l’Austria) blocca i guizzi di attivismo politico delle sue sottosezioni e ribalta i verdetti. In quel caso, lo ricordiamo, l’Austria – condannata da una sezione della Corte di Strasburgo in prima istanza perché vieta la fecondazione eterologa – si è vista poi assolvere dalla Grande Chambre, la quale ha riconosciuto, in ragione del carattere sensibile della materia del contendere, la facoltà dei singoli stati di autoregolamentarsi, e quindi ha stabilito che un paese che decide di vietare per legge l’eterologa non lede alcun diritto umano.
E’ quasi automatico, del resto, che il nostro governo presenti un ricorso per difendere una legge del proprio Parlamento ed evitare la corsa ai risarcimenti. Ma anche in via definitiva, il pronunciamento non sarebbe vincolante in assoluto: “L’estensione delle sentenze di Strasburgo all’ordinamento nazionale – ci spiega Lorenza Violini, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Milano – si è diffusa negli ultimi anni ma è inaccettabile: non soltanto è contraria al principio della Corte europea, ma anche alla legittimazione popolare del nostro ordinamento giuridico. Un giudice non può sovvertire le leggi di un paese, regolarmente votate”. Votate da una larga maggioranza trasversale e dopo un lungo e approfondito dibattito parlamentare, nel caso della legge 40, e confermate anche dopo il referendum del giugno del 2005.
Nelle sue motivazioni, la sentenza di Strasburgo accusa la normativa italiana di incongruenza: perché non si può effettuare una diagnosi preimpianto per evitare una malattia genetica mentre si può abortire un figlio con la stessa malattia? L’incoerenza, in realtà, non esiste, perché le due questioni sono di ordine diverso. “La legge 194 che regolamenta l’aborto in Italia – ci spiega Eugenia Roccella, parlamentare del Pdl ed ex sottosegretario alla Salute – ha molti difetti ma non è eugenetica: l’unica ragione per cui consente il cosiddetto aborto terapeutico è la salute della madre. Non ammette però che ci sia un diritto affievolito a vivere per chi è malato, e tantomeno afferma un principio di diseguaglianza fra abili e disabili”. Nemmeno la legge 40 è eugenetica: non serve a selezionare figli con gli occhi azzurri e nemmeno ad avere figli sani, ma a permettere a chi è infertile di avere figli (o almeno di provare ad averli) alle stesse condizioni degli altri. Unica eccezione, chi soffre di malattie sessualmente trasmissibili, come l’Aids, impossibilitato a concepire naturalmente per non mettere a repentaglio la vita di uno dei coniugi (e la stessa Corte ha ammesso che in questo caso non esiste discriminazione ai danni della coppia protagonista della vicenda di cui si parla).
Nelle sue motivazioni, la sentenza di Strasburgo accusa la normativa italiana di incongruenza: perché non si può effettuare una diagnosi preimpianto per evitare una malattia genetica mentre si può abortire un figlio con la stessa malattia? L’incoerenza, in realtà, non esiste, perché le due questioni sono di ordine diverso. “La legge 194 che regolamenta l’aborto in Italia – ci spiega Eugenia Roccella, parlamentare del Pdl ed ex sottosegretario alla Salute – ha molti difetti ma non è eugenetica: l’unica ragione per cui consente il cosiddetto aborto terapeutico è la salute della madre. Non ammette però che ci sia un diritto affievolito a vivere per chi è malato, e tantomeno afferma un principio di diseguaglianza fra abili e disabili”. Nemmeno la legge 40 è eugenetica: non serve a selezionare figli con gli occhi azzurri e nemmeno ad avere figli sani, ma a permettere a chi è infertile di avere figli (o almeno di provare ad averli) alle stesse condizioni degli altri. Unica eccezione, chi soffre di malattie sessualmente trasmissibili, come l’Aids, impossibilitato a concepire naturalmente per non mettere a repentaglio la vita di uno dei coniugi (e la stessa Corte ha ammesso che in questo caso non esiste discriminazione ai danni della coppia protagonista della vicenda di cui si parla).
A capo del collegio giudicante il caso Costa-Pavan, c’è uno dei magistrati più attivi sul fronte dei diritti per sentenza, Françoise Tulkens, a capo anche del collegio che bandì il crocifisso dalle aule, decisione poi puntualmente smentita dal grado definitivo. Lei e altri suoi colleghi con sensibilità affini lasceranno l’incarico entro novembre: per questo, nei loro ultimi mesi di operato, sono attesi altri giudizi con la medesima impronta. In un ricorso in agenda per la prossima settimana, ad esempio, si potrebbe vietare ai cristiani inglesi di manifestare la propria fede in pubblico, perché lesivo dei diritti di libertà di tutti gli altri. Nel caso deciso ieri, l’idea guida di fondo appare quella di un diritto al figlio di stampo utilitaristico e disumanizzante: l’embrione, se risulta affetto da fibrosi, va eliminato.